L’assunzione.

Questa che sto per raccontarvi è una storia che conoscono in pochissimi.
Era il giugno di qualche anno fa ed era in corso una tempesta di rivoluzione nella mia vita, e non solo nella mia. Tutto era stato rimesso in discussione. Tutte le certezze erano crollate. Ero diventata un corpo vuoto da riempire con un’anima nuova.
Dovevo ricostruirmi da capo. Dovevo capire tante cose di me e del mondo. Era tempo di una rivoluzione bella e buona.

Ero rimasta da sola in casa, ad attraversare questa tempesta e a farmi attraversare da lei. Qualcuno era andato via, per attraversare, a sua volta, i pensieri del baratro nero.
In quella mia solitudine, mentre pensavo al fatto che la responsabilità (o colpa, come mi gridava l’inconscio) era solo mia, decisi che c’era una sola cosa che potessi fare: andare via di casa. Un gesto teatrale, l’ultimo, per uscire di scena, l’addio di una bambina capricciosa e viziata. Ovviamente, non era a questo che pensavo mentre mettevo qualche vestito nello zaino e mi preparavo a lasciare la casa, ma me lo sono detto dopo, guardandomi allo specchio e scuotendo la testa con disappunto per me stessa.
Ho scritto una lettera per lui, portando fuori tutto il dramma infantile di una decisione assurda, che tanto i miei figli erano grandi, che io ero capace solo di fare danni, che senza di me lui sarebbe stato meglio e altre amenità del genere.
Ho realizzato di non avere soldi con me, né in contanti né sul conto, ma mi sono ricordata di avere una busta con chincaglierie in argento che dovevo vendere da un po’ di tempo. L’ho messa nello zaino, ho fatto il giro della casa per salutarla, con una solennità e un patos melodrammatico da filminbiancoeneroannitrenta e sono uscita, chiudendomi la porta alle spalle e lasciando il passato chiuso lì dentro.
Ho venduto gli argenti al negozio vicino casa, ricavandone €60, un buon inizio e un meglio che niente, e mi sono diretta alla stazione per prendere un treno qualunque.
Cosa avrei fatto? Forse potevo fermarmi, che ne so, a Salerno. Forse il giorno dopo avrei potuto girare in cerca di un lavoro e di un posto in cui stare. Forse veramente potevo iniziare una nuova vita.
Il tabellone delle partenze indicava solo treni regionali, che non mi avrebbero portata molto lontano e lì ho iniziato a realizzare la grande cavolata che stavo facendo, mossa dalla paura e dalla disperazione, che non ti fanno vedere la realtà vera ma solo quella che ti disegni tu stessa, per stare bene, per stare in pace, per allontanare i pesi. Ero completamente incosciente delle conseguenze che quel gesto avrebbe comportato. Così sciocca da pensare che la fuga avrebbe risolto ogni cosa. Ero convinta che, insieme a me, sarebbero spariti anche i problemi.
Quindi sono tornata sui miei passi e sono stata raccattata su una panchina di fronte al mare da chi era, giustamente, molto, ma molto infastidito da ciò che avevo fatto.

Quando ripenso a questa storia, non posso che guardarmi con tenerezza perché mi vedo come una bambina, totalmente immatura, sperduta, terrorizzata dalle sfide da affrontare, con il suo zaino in spalla che pensa di poter ricominciare, punto e a capo, senza considerare il prima accaduto.
Una sorta di rivoluzione, ma combattuta nel modo sbagliato.

Perché mi ritorna in mente questa storia oggi, in questi giorni complicati ed estenuanti, di scelte, di pensieri fissi e costanti, di parole parlate nel sogno a raggiungere anime lontane, di silenzi, di segni da trovare? Perché decido di raccontarla?
Perché sta continuando a parlarmi, mi sta mostrando una fuga che non so neppure di aver intrapreso. Perché forse sto sbagliando di nuovo.
Si, allora ho sbagliato. Ho peccato di presunzione, ho visto tutto solo attraverso i miei occhi, ho parlato con la mente e non con il cuore. Forse non l’ho fatto davvero quel passo necessario verso l’altro, anche se dicevo il contrario.
Questa storia mi dice di fermarmi e di guardare me stessa con occhi che non sono i miei.
Era la rivoluzione che dovevo fare, ma avevo trovato le armi sbagliate per farla.

Anche in questa nuova tempesta è di una rivoluzione che ho bisogno. Me lo dice il fuoco che ho nel petto. Ma questa volta deve essere una rivoluzione totale.
Di quelle che fai passando di vita in vita e che a me sono toccate in una sola.
L’assunzione di una rivoluzione. La responsabilità di una rivoluzione. Il dovere di una rivoluzione, perché ormai niente può essere più come prima.

Il mio viso è già cambiato.

E che io non sia più quella di prima.

 


Un commento

  1. Fabio Barbieri

    … e allora forse non aspettava che questo momento, la tua storia, la storia delle tue rivoluzioni.
    Ho visto un film, che racconta una vicenda accaduta qualche anno fa. 13 ragazzi, imprigionati in una grotta in Thailandia, a oltre 2000 metri di profondità, 10 giorni senza cibo, l’ossigeno che comincia a mancare e le piogge torrenziali monsoniche che stanno già riempiendo la grotta di acqua.
    I migliori subacquei da tutto il mondo, lasciando famiglie, rischiando la vita insieme a migliaia di volontari, li hanno portati fuori dopo 13 giorni.
    Tutti. Salvando a tutti la vita.
    In questa tua rivoluzione, in questo gesto che dici si sta compiendo, forse qualche vittima ci sarà. Forse c’è già stata, ma sono effetti collaterali. Capita, quando si gioca con la propria vita, per salvarla, che possa andare persa quella di qualcun altro.
    Tornare sui propri passi, per riguardarli con altri occhi non è una rivoluzione.
    È un passaggio obbligato dalla consapevolezza.
    E dal coraggio.
    Non è difficile.
    Il difficile è saperli leggere davvero questi passi, con questi altri fantomatici occhi…
    Che se ci riesci, magari arriverà un giorno che non avrai più bisogno di eclatanti e rumorose e illuminate rivoluzioni… e sperimenterai un’altra forma di presunzione: quella che ti illuminerà la strada non dopo, ma un attimo prima di imboccare quella sbagliata, con la presunzione sbagliata.
    Affinché questo accada, ti lascio il mio augurio.
    Che è sincero, come tutto è stato.
    Ti auguro di vincerla questa rivoluzione.
    Di combatterla sapendo che qualcosa perderai, magari importante, ma poi vincerai un premio più grande, che vale le perdite.
    Che è quello di non dover combattere più.
    E credimi,
    farà bene anche al tuo mondo che verrà.
    qq

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