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Mia nonna si chiamava Rosa, aveva i capelli corti e neri, era magra, la sua pelle diventava color cacao dorato al primo sole. Aveva un sorriso bellissimo. Me la ricordo in cucina, con il grembiule, che la domenica andavamo a pranzo da lei, e c’erano le mie zie e mio zio. Ricordo il sapore delle cotolette e delle penne al pomodoro: un piatto di pasta con un mestolo di sugo al centro così io potevo mangiare prima le penne bianche, che mi piacevano di più, e poi quello inzuppate nel pomodoro. Ha sempre sorriso ed era sempre curatissima. Era molto bella. Tra le storie familiari, cui si attinge per i racconti alle tavole di festa, c’è quella di me bambina che non avevo voglia di mangiare e di nonna Rosa che mi inseguiva con il piatto in giardino, dalle galline, e mi diceva “Iamu, mangia!”. Quando dormivo da lei, mi aprivano un lettino pieghevole che stava dentro una finta cassettiera di color verde scuro, appoggiata alla parete della camera delle zie.Mia nonna si chiamava Margherita e non l’ho mai conosciuta, in questo piano di vita, almeno. L’ho incontrata diverse volte in sogno e per qualche tempo è stata la mia guida e io il suo lasciapassare quaggiù. Sono pochissime le sue foto e quelle che ho trovato le ho portate a casa mia. In famiglia non si parlava molto di lei, forse mio padre aveva ancora qualcosa di irrisolto, ma credo che adesso si siano chiariti. Li ho visti uscire insieme da una casa una volta, in un sogno. Mio padre mi diceva che le assomigliavo perché facevamo lo stesso genere di cose. Era una maestra, mia madre dice che ha dovuto accontentarsi di quello perché ci voleva una persona in famiglia che desse un po’ di stabilità. Lei stava poco in casa, era impegnata in questioni politiche, organizzava cose e si dice fosse una medium. Si dice anche che tenesse sedute spiritiche in casa, e in quelle occasioni mio padre prontamente usciva per non fare incontri inopportuni. Ecco, proprio di questo ne avrei voluto sapere di più, ma non è stato possibile. Mi accontento delle chiacchierate che ci siamo fatte nel tempo del sogno. Mio nonno si chiamava Mimmo. Ho pochi ricordi di lui in casa, era sempre fuori a lavorare per i sordomuti. Qualche anno fa la sede dell’ENS (Ente Nazionale Sordi) gli ha dedicato la biblioteca nella sede in città, per il “Papà dei sordomuti calabresi”. Sono andata alla cerimonia con mia sorella e mia madre le mie zie, le sue figlie. Lo hanno ricordato con i racconti di chi lo ha conosciuto e ho ri-scoperto le cose grandi che ha fatto. E mi ricordo di quando mi portava a Piazza Castello, che c’era una fontana e un carretto che vendeva i semini, la calia e il panicolo che lui mi comprava per darlo ai piccioni, insieme alle figurine all’edicola. Una volta mi ha comprato una scatola intera con 100 (CENTO!) pacchetti, credo di aver completato un sacco di pagine di quell’album di Barbie. Mi comprava anche la mia pasta preferita, il palermitano con la crema bianca. Dicono che assomigli anche a lui, che prendeva e partiva e spariva nelle Calabrie a cercare i bambini che non sentivano e non parlavano, spesso nascosti per vergogna, per ignoranza, e li faceva andare alla scuola che aveva fondato, perché imparassero a leggere, a scrivere, a comunicare con parole soffiate.Mio nonno si chiamava Riccardo e non viveva nella mia città. Ho due soli ricordi di lui e non sono certa che siano reali. Nel primo è in cima alle scale della casa di mio padre, con i gradini in pietra grigia e il corrimano in ferro, e a me, che ero in basso e piccola, sembrava enorme. Nel secondo c’è la sua stanza invasa dal fumo del suo sigaro toscano, che poi ho iniziato a fumare anche io, per un certo tempo. Mio padre è nato a Tunisi perché lui si era trasferito lì con la famiglia per impiantare una fornace e poi si sono ritrovati in un campo di prigionia inglese dove pare che mia nonna continuasse a organizzare cose. Quell’esperienza dava un senso reale alla tipica frase “finisci quello che hai nel piatto, pensa a chi non ha questa fortuna“ a cui veniva aggiunto “io lo so che significa avere fame“. E anche quella volta il minestrone dovevo finirlo, ma se ero fortunata trovavo la crosta di parmigiano succosa. Si dice che avesse portato mia nonna in viaggio di nozze a Milano e che l’avesse lasciata in stanza perché doveva vedere una fiera di cose tecnologiche. Qui il racconto diventa un po’ nebuloso e mi fa pensare che sia una leggenda familiare, piuttosto. Fatto sta che mia nonna fu maestra per via di com’era fatto suo marito, a cui l’ACI diede una medaglia per i non so quanti anni di patente.I miei genitori mi hanno chiamata Eleonora, Margherita Rosamaria. Che evidentemente le nonne me le dovevo portare sempre con me. Sono con me quando sto con Olivia, che muove tutte le manine verso di me, per farsi prendere in braccio e cantiamo lalalalala e le do i baci sulle guance e dico “Oddio!” quando si affoga con l’acqua che suo padre le dà noncurante del pericolo che è insito nell’atto del mangiare e del bere, “che si combatte con la morte“, come da repertorio familiare che ho in dotazione. C’è un pezzetto di ognuna, e di mia madre, nella filastrocca che le canto perché un giorno la possa cantare a sua volta, ripescata da ricordi lontani, e spero felici.C’è il tempo, la pazienza. La certezza di essere portati nel tempo che verrà.Sega segola,Le donne di Gaeta che filano la setaLa seta e la bambagiaC’è Giovanni che batte le castagneLe batte tanto forte da far tremare le porteLe porte sono d’argento, che costano 500150 la mia gallina cantaLasciatela cantare, che si vuole maritare.



