Mise en scène.

15 marzo 2013

Sono passati otto anni da quando mi sono ritrovata di nuovo dietro un microfono.

Non per cantare, per carità, che non ne sono capace. E poi, in famiglia i musicisti li abbiamo già. Non è il caso.

Neppure per esprimere i miei pensieri, che allora non ero ancora in grado di farlo senza che mi tremasse la voce (per la verità, ogni tanto accade anche adesso, ma mi serve per ricordarmi che sono fragile).

Avevo quel microfono davanti e quel fiore rosso tra i capelli perché qualcuno mi aveva di nuovo buttato su una scena da riempire, da animare di voci e di gesti. Qualcuno mi aveva dato parole a cui dare espressione e bisognava lanciarle nell’aria, perché arrivassero ad un pubblico seduto davanti a me.

Qualcuno mi aveva dato, di nuovo, dopo più da vent’anni, la possibilità di ricevere un applauso e di vedere lo stupore negli occhi di chi ti guarda e ti ascolta. Chi vive del teatro, chi è attore sul serio, non come me, sa benissimo di cosa sto parlando. Forse avrei potuto esserlo anche io, un’attrice sul serio, dico, e non per scherzo come adesso. Ma lo sappiamo tutti che strada ha scelto per me la vita. E in fondo ha fatto bene, la vita è molto più saggia di noi e sa perfettamente che cosa fare delle nostre esistenze.

Certo, non vi nascondo che in questo momento le lacrime scendono giù con la stessa facilità e velocità con cui sto scrivendo queste parole, ma forse è tutta colpa degli squilibri ormonali che capitano a noi donne che abbiamo un’età che inizia con il cinque.
O forse è colpa di quel momento in cui guardi tutti questi anni che sono passati e che ti hanno vista sempre diversa e in continuo divenire, con le ginocchia sbucciate per le volte in cui sei caduta e ti sei sempre rialzata per portare a casa la giornata.
E ti guardi con estremo affetto e amore. E sai che non avresti potuto fare di meglio.

In questi otto anni sono ritornata dietro un microfono e su un palco numerose altre volte, perché tanti qualcuno e qualcune hanno creduto che io potessi dar voce e corpo a storie da raccontare. E, alla fine, mi sono resa conto che sono sempre in scena, con la mia verità da narrare, sempre in scena su questo palcoscenico che è grande come il mondo, sempre qui a far da spalla a chi ha bisogno di stare al centro o sul proscenio a guardarvi negli occhi per dirvi che andrà come deve andare.
Sempre lì, insieme, a perderci nelle infinite storie dei mille mondi possibili che tutti noi siamo. Sempre lì a guardarci negli occhi per scoprire chi siamo.
E poi, buio, sipario. Applausi. E abbracci per tutti

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