Di inquietudini e di capre.

FB_IMG_1464357207430Dice “Little Birds quando sei inquieta cosa fai?
Guarda, ci sono giorni in cui mi basta ingozzarmi di pane con quella crema spalmabile alla nocciola, lo strumento del diavolo per intenderci, altri in cui devo andare alla ricerca di luoghi più selvaggi e inquieti di me”.

E così ho fatto quel giorno. Ho preso la strada che conosco meglio, quella che ha un binario e il mare da un lato e la montagna dall’altro. Ho guidato senza fretta, perché l’inquietudine è affamata di tempo. Vuole panorami ampi in cui smarrirsi. Segue la ciclicità delle onde, raccoglie quello che hai dentro e lo trascina fuori sbattendolo sulle pietre. Ha bisogno di fissare un punto lontano all’orizzonte da lasciare in sospeso, da raggiungere domani. Deve potersi rifugiare nelle pieghe della terra, per ritornare dentro e poi uscire fuori, trasformata.

Avevo bisogno di uno dei miei viaggi spirituali. Ho indossato la giacca rossa e il rossetto dello stesso colore, i miei compagni di viaggio per colorare un tempo grigio. Se non avessi portato il rosso con me, l’inquietudine si sarebbe crogiolata sotto quel sole che non c’era e avrebbe preso il sopravvento. Nessuno sapeva dove sarei arrivata, neppure io. Ho riconosciuto i paesaggi. Ho rivisto quell’agave vicino ai binari. Mi sono stupita, come sempre, quando sono arrivata alla scogliera. Conosco ogni centimetro di quella strada, sapevo cosa aspettarmi dopo ogni curva. Ho riconosciuto le case che si allineano una dopo l’altra lungo la strada, sapevo quando girarmi verso la montagna per controllare che quei paesi fossero ancora lì. Avevo il mare accanto a vegliare su di me. Poi ho messo la freccia a sinistra e ho svoltato.

Ho capito dove avrei voluto essere e mi sono fermata in un paese vicino al mare abitato da donne e uomini nel cui sangue scorre la montagna. I nonni di chi abita oggi questo luogo sono nati e cresciuti tra montagne fitte di alberi e sconosciute al mondo, da cui il mare non si vede mai e, in fondo, potrebbe anche non esistere. Un giorno poi, la pioggia ha sciolto la terra su cui poggiavano le case e l’ha portata giù al mare. Le case sono rimaste alla montagna, come gusci vuoti di una storia triste che si vuole dimenticare. Alle persone hanno raccontato che solo il mare avrebbe portato una nuova vita e con essa le case nuove, le strade, il lavoro, il sussidio che avrebbe rimarginato una ferita. Hanno raccolto le loro cose, gli oggetti, gli attrezzi, quei pochi vestiti, ma hanno dimenticato di prendere l’anima. L’hanno lasciata lì, nel ventre della montagna a custodire quei luoghi. Questo è quello che so del posto in cui mi sono fermata quel giorno. E lo amo perché non ha una identità, perché posso passarci attraverso, osservata ma rimanendo assolutamente sconosciuta, perché è lì e altrove nello stesso tempo. È il luogo dell’inquietudine. Ed è il posto in cui puoi uscirne.

Quando sono arrivata ho sentito che potevo finalmente liberarmi dell’inquietudine per lasciare spazio al pane e al formaggio e così sono andata a cercarli al forno in cui vado sempre. Lì mi hanno dato le indicazioni per trovare la persona giusta che avrebbe potuto vendermi il formaggio, volevo un autentico caprino di montagna. Mi aggiravo, con la mia giacchina rossa, tra le palazzine popolari, quelle che avevano sostituito le case della montagna, cercando la signora del formaggio, mi sentivo osservata da dietro le finestre. “Signorina, che fate? Fotografate? Chi state cercando?
Buongiorno, vorrei comprare del formaggio, mi hanno mandato qui ma non so chi cercare
Sono io che lo vendo, venite che ci prendiamo il caffè a casa mia”.

Accolta, improvvisamente, da un caffè caldo servito nelle tazzine del servizio buono, in una casa silenziosa e perfetta. Eravamo solo noi due, due donne così lontane nei pensieri, con inquietudini diverse che non si sarebbero mai incontrate. Eppure sarei rimasta ancora con lei, in quella stanza immobile e così piena di affetto. Ho pensato che volentieri mi sarei fermata qualche giorno lì a vivere il suo tempo, ad osservare le sue mani che cucinano, a sentire le sue parole, come quelle che mi ha detto quel giorno “La vita è destino. È il destino che decide. La vita è fatta dalle cose e dalle persone che si incontrano
Come noi due, che ci siamo incontrate stamattina”.

Poi mi ha regalato una ricotta, perché ha detto che era rimasta in un angolo e si chiedeva perché non fosse stata messa sotto sale il giorno prima “E si vede che era destino che dovesse andare a voi!
Le ho lasciato il mio rossetto sulla tazzina e l’ho salutata. Ma c’era una cosa che dovevo fare ancora, prima di tornare a casa. Dovevo sedermi al bar in piazza, con una birra davanti, giusto per essere sicura di essere guarita. All’interno del bar c’erano cinque ragazzi, sui 25-30 anni, che ho visto immobilizzarsi all’ingresso di una donna sola in rosso e pietrificarsi alla mia richiesta di una birra con bicchiere ghiacciato. Gli sguardi puntati su questa presenza femminile destabilizzante, inaspettata, fulminea, incomprensibile. Come la pioggia che scioglie la terra.
Signorina, la birra ve l’ha offerta Franco”.

Ero guarita, potevo tornare a casa.

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